2025: le imprese cercano talenti, ma metà dei profili resta un miraggio

A guardare i numeri del nuovo rapporto Excelsior, presentato alla 34ª edizione di Job&Orienta a Verona, sembra di trovarsi davanti a un paradosso: il lavoro c’è, e anche tanto, ma mancano le persone giuste per ricoprirlo. Il Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere insieme al Ministero del Lavoro e sostenuto dal Programma nazionale Giovani, donne e lavoro con fondi europei, racconta un’Italia in cui la domanda delle imprese supera di gran lunga l’offerta di competenze.

Nel 2025 erano previsti 670mila inserimenti di laureati, 120mila diplomati ITS Academy, 1,3 milioni di diplomati e circa 2,3 milioni di qualificati professionali. Un fiume di opportunità. Eppure, quasi una figura su due non si trova: il 47% dei profili richiesti dalle aziende rimane scoperto. Per i tecnici degli ITS la quota sale al 57,3%, mentre tra i laureati si attesta intorno al 50,9%.

Unioncamere: “Serve orientare prima e meglio”

Una situazione che, come ricorda il presidente di Unioncamere, Andrea Prete, non riguarda solo l’Italia, ma pesa comunque sulla capacità del Paese di essere competitivo. Secondo Prete, la chiave sta in un orientamento più tempestivo, in un dialogo più stretto fra università e imprese e in una formazione capace di tenere il passo con l’innovazione.

Le lauree più richieste e quelle più difficili da trovare

Economia resta la regina dei profili ricercati, con 193mila posti potenziali, seguita da ingegneria, che ne conta 127mila. Bene anche gli indirizzi dedicati alla formazione e quelli sanitari. Per i più giovani, sotto i 30 anni, brillano soprattutto statistica e scienze motorie.

Ma non basta guardare le quantità: la difficoltà di reperimento colpisce duro soprattutto le materie scientifiche. I laureati in chimica e farmaceutica sono i più difficili da intercettare, con una quota di irreperibilità che supera il 72%. Vicinissime le professioni sanitarie e quelle medico-odontoiatriche.

ITS e diplomi: i settori tecnici sono in gran parte scoperti

Sul fronte ITS, la richiesta si concentra su servizi alle imprese, meccatronica, innovazione e mobilità. Le possibilità per i giovani sono altissime, specie nei percorsi legati all’energia sostenibile. Ma qui il mismatch raggiunge livelli impressionanti: in alcuni casi, come la sostenibilità energetica, supera addirittura il 90%.

Anche per i diplomati il copione non cambia molto. Servono soprattutto profili amministrativi, turistici e tecnici, ma più di 630mila posizioni risultano difficili da coprire. Nei percorsi professionali, poi, le carenze diventano strutturali: dalla ristorazione alla logistica, dalla meccanica all’impiantistica, si supera spesso il 60% di difficoltà di reperimento.

Il problema del mismatch 

Il 2025 consegna una fotografia chiara: il lavoro c’è, ma non sempre incontra chi lo cerca. E questa, più che un’emergenza, è una sfida culturale e formativa che coinvolge tutti. Perché senza competenze adeguate, anche le migliori opportunità rischiano di svanire prima ancora di nascere.

Password: la più usata per il modem è Admin

Si tratta della stessa parola in cima alla classifica delle chiavi alfanumeriche più utilizzate in Italia da settembre 2024 a settembre 2025, sia dai giovani sia dagli utenti senior: Admin (o admin, minuiscolo). 
Quando si acquista un nuovo router per navigare in Internet o una videocamera connessa, è infatti quasi sempre ‘admin’ la password preimpostata per entrare nel pannello di gestione.

Emerge dalla ricerca annuale sulle Top 200 Most Common Passwords di NordPass, che conferma il primato di Admin, seguita da ‘password’ e dalla stringa ‘123456’, lo scorso anno al primo posto nel nostro Paese.

Mai lasciare inalterate le chiavi di accesso fornite dai produttori!

Stando ai ricercatori, la consuetudine di usare ‘admin’ si traduce in un problema di sicurezza, perché lasciare inalterate le chiavi di accesso fornite dai produttori dei router, webcam e di tanti altri prodotti che si collegano a Internet, può semplificare la vita ai criminali informatici.

Un esempio è il sito Shodan, considerato una sorta di Google degli oggetti connessi, che raccoglie il flusso di video che arrivano da videocamere alle quali non è stata cambiata la password di fabbrica, tra cui c’è proprio ‘admin’.
“Utilizzando almeno otto caratteri e una combinazione di lettere maiuscole, minuscole, numeri e simboli speciali, si rende la vita più difficile ai criminali”, consigliano infatti i ricercatori di NordPass sul loro sito web.

Salgono nelle preferenze anche una bestemmia, Napoli1926, Rodolfo

Se a livello globale la password preferita è, per il sesto anno di fila, ‘123456’, in Italia si affacciano anche termini nuovi, tra cui una bestemmia, e riferimenti calcistici come Napoli1926 (ottava) e juventus (17esima).
Tra i nomi propri spiccano Veronica, Lorena, Maria, Silvia o Rodolfo.

La poca consapevolezza dei rischi che derivano dall’uso di password deboli è trasversale.
“Tendiamo a dare per scontato che le generazioni più giovani, nativi digitali, abbiano una comprensione più elevata della sicurezza informatica e dei suoi rischi – sottolinea NordPass -. Tuttavia, le abitudini di un diciottenne in materia di password sono molto simili a quelle di un ottantenne.

Doppia autenticazione o passkey risolvono il problema

Le stringhe numeriche ‘12345’ e ‘123456’ sono le più utilizzate in ogni fascia d’età, così come altre semplici sequenze, da ‘1234567’ a ‘1234567890’.

Come risolvere questa difficoltà?
“Con l’uso della doppia autenticazione – suggeriscono i ricercatori, come riporta Ansa -, che richiede l’inserimento di un codice ricevuto via sms o su un’app, o iniziando a usare la passkey, che permette di accedere a un servizio sfruttando la stessa autenticazione scelta per sbloccare lo smartphone”.
Questo consente di ottenere un’esperienza online sicura e fluida, e senza bisogno di password.

Smart working e intelligenza artificiale: come cambia il nostro modo di lavorare?

In Italia stiamo attraversando una fase in cui la popolazione attiva diminuisce e invecchia. È un dato demografico che pesa, soprattutto sulle imprese che vogliono restare competitive.

In questo contesto, lo smart working non è più una semplice opportunità: è una leva su cui ripensare l’organizzazione del lavoro. Se vissuto come un motore di miglioramento continuo, può diventare il terreno ideale per integrare in modo sano le nuove tecnologie, a partire dall’intelligenza artificiale.

Tra fiducia e qualche paura: la sfida dei manager

L’AI è una realtà affascinante, ma può anche fare un po’ di paura. Molti lavoratori temono che possa sostituire attività umane, riducendo motivazione e senso di appartenenza. Ai manager viene quindi richiesto un compito delicato: trasformare lo smart working in un ambiente che rafforzi la fiducia nelle tecnologie, invece di alimentare diffidenze.
Autonomia, collaborazione e responsabilità diventano gli ingredienti di una sorta di “ecosistema culturale” che rende il lavoro più sostenibile e la tecnologia una compagna di viaggio, non una rivale.

Questa direzione è confermata dalla ricerca “Lo Smart Working ai tempi dell’AI”, realizzata per l’Osservatorio del Politecnico di Milano. Secondo l’indagine, lo smart working è ormai una realtà consolidata, soprattutto nelle grandi aziende, dove i modelli ibridi sono la prassi. La vera domanda non è più se adottarlo, ma come farlo evolvere.

Numeri e potenzialità di un modello che cambia

Nelle grandi imprese quasi tutti sfruttano i giorni di remoto concessi. Nella Pubblica Amministrazione, per motivi personali o di organizzazione interna, un terzo dei dipendenti lavora da casa meno del previsto. Nelle piccole e medie aziende, invece, la situazione è più fluida: c’è chi usa il lavoro agile esattamente come da accordo e chi ne approfitta anche oltre, grazie a un clima meno rigido.

Secondo lo studio, esisterebbe ancora un potenziale inespresso: circa tre milioni di persone potrebbero lavorare da remoto almeno metà del tempo con le medesime performance. Una quota che riporterebbe l’Italia ai livelli raggiunti durante la pandemia.

Il valore della collaborazione

Uno dei passaggi più interessanti riguarda gli approcci organizzativi. Il metodo più efficace sembra essere quello “collaborativo”: la scelta dei giorni di remoto viene condivisa nel team, bilanciando esigenze personali e aziendali.
Questo modello porta più engagement, migliori performance e un senso di appartenenza più forte rispetto all’approccio centralizzato o totalmente individuale.

Il nodo della disconnessione e il ruolo dell’AI

Resta il tema della fatica digitale. Un terzo degli smart worker dice di lavorare troppo anche da casa. Per questo molte organizzazioni hanno introdotto limiti di contattabilità o fasce orarie protette.

In parallelo, l’AI sta già ridisegnando molte mansioni. Liberando tempo dalle attività più meccaniche, permette ai lavoratori di concentrarsi su compiti più autonomi, creativi e compatibili con un lavoro davvero flessibile. Un piccolo passo, ma nella direzione giusta: meno burocrazia, più valore.

Retribuzioni e contratti: il lavoro italiano ha… tempi lunghi

Quello italiano sembra essere un autunno di contratti rimasti in sospeso. Lo evidenzia l’Istat nella sua analisi Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025. A fine settembre di quest’anno, infatti, si registravano 46 contratti nazionali in vigore che per la parte economica coprono il 56,9% dei lavoratori dipendenti, pari a circa 7,5 milioni di persone, e rappresentano il 54,6% del monte retributivo complessivo.

Nel periodo in esame, inoltre, sono stati rinnovati cinque contratti: due nell’industria, uno nei servizi privati e due nella pubblica amministrazione. Ma sono ancora numerosi i contratti in attesa del rinnovo: 29 in totale, che interessano 5,6 milioni di lavoratori, il 43,1% del totale.

Tempi di rinnovo sempre più dilatati

Il tempo medio di attesa per chi ha il contratto scaduto si è allungato in modo evidente. Tra settembre 2024 e settembre 2025, si è passati da 18,3 a 27,9 mesi di attesa. In media, considerando tutti i dipendenti, i mesi di attesa sono saliti da 9,6 a 12.

Un segnale che mostra quanto il processo di rinnovo sia diventato più lento e complesso, tra equilibri economici difficili e trattative ancora aperte.

Stipendi in lieve crescita, ma non basta  

Nel periodo gennaio–settembre 2025, la retribuzione oraria media è aumentata del 3,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A settembre, l’indice delle retribuzioni contrattuali è rimasto stabile rispetto al mese prima, ma cresce del 2,6% su base annua.

L’aumento tendenziale risulta più marcato nel settore pubblico (+3,3%) rispetto all’industria (+2,3%) e ai servizi privati (+2,4%). I rialzi più consistenti riguardano i comparti ministeri (+7,2%), difesa (+6,9%) e vigili del fuoco (+6,8%). Nessuna variazione, invece, per telecomunicazioni e farmacie private.

Il commento dell’Istituto di Statistica 

Nel terzo trimestre 2025 la crescita salariale ha perso un po’ di slancio rispetto ai mesi precedenti, pur restando superiore all’inflazione. Il rallentamento riflette la minore spinta dell’industria, la sostanziale stabilità dei servizi e un leggero recupero nel pubblico, legato anche all’erogazione dell’indennità di vacanza contrattuale.

Nonostante ciò, le retribuzioni reali restano più basse dell’8,8% rispetto ai livelli di gennaio 2021. Un segno che, per molti lavoratori, la corsa dei prezzi e le lunghe attese di rinnovo continuano a pesare più degli aumenti in busta paga.

Neopatentati, famiglie italiane pronte a cambiare automobile?

Secondo il Codice della Strada entrato in vigore circa un anno fa, molte automobili usate attualmente dalle famiglie italiane hanno una potenza troppo elevata perché possano essere guidate da un neopatentato. 
Il Nuovo Codice della Strada prevede infatti che per i primi tre anni i neopatentati possano guidare solo auto con potenza massima di 105 kW e un rapporto potenza/peso non superiore a 75 kW per tonnellata, calcolato sulla massa a vuoto.

In pratica, sono quasi 1,1 milioni i genitori italiani che hanno dichiarato di dover cambiare automobile perché la loro figlia o il loro figlio ha preso o sta per prendere la patente. A rivelarlo l’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca mUp Research, condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta.

Il 32,6% dei genitori non ha bisogno di sostituire il veicolo

Se il dato nazionale è pari al 18,6% del campione intervistato, dividendolo in base all’area di residenza il dato è tutt’altro che omogeneo. Tanto che tra i residenti nel Nord Est scende fino al 10,3% e arriva, invece, a sfiorare il 24% (23,7%) nel Meridione.
Percentuali molto alte (27,9%) anche fra i residenti in centri urbani di grandi dimensioni, superiori ai 250.000 abitanti.

Sebbene la nuova patente che ‘entrerà in casa’ costringerà i genitori a condividere il volante con il proprio figlio o la propria figlia, il 32,6% degli intervistati non cambierà auto. Questo perché ne possiedono una di potenza tale da poter essere guidata anche dai neopatentati.

Più macchine di piccola cilindrata per mamme e residenti in piccoli comuni 

Curioso notare come fra il solo campione delle madri questa percentuale salga addirittura al 38,8%.
Dati incredibilmente alti anche fra chi risiede in Centro Italia (37,7%), e soprattutto, nei comuni con meno di 10.000 abitanti (40,5%). Numeri che testimoniano come all’interno di questi sotto campioni siano molto diffuse macchine di piccola cilindrata.

Il 27,1% dei genitori di neopatentati, invece, non comprerà un’altra automobile semplicemente perché ne esiste già una adatta nel parco auto della famiglia. La percentuale arriva al 33% fra gli abitanti del Nord Est.

Un milione ne comprerà un’altra apposta

Inoltre, è pari a circa un milione il numero di genitori che non dovrà rinunciare alla propria auto, semplicemente perché ne comprerà una nuova per il figlio o figlia tenendo la propria.

L’indagine demoscopica di Facile-it è stata realizzata da mUp Research fra il 25 e il 28 giugno 2025, attraverso la somministrazione di 1.385 interviste CAWI a un campione di possessori di automobili in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione ‘automobilistica’ italiana e residente sull’intero territorio nazionale.

Franchising: i trend del futuro di un settore che genera valore e occupazione

Il franchising si conferma un settore in grado di creare valore e generare occupazione. Lo studio condotto da Nomisma offre una fotografia aggiornata del settore del franchising, nonché una riflessione sui principali trend in atto e sulle opportunità di ulteriore sviluppo.

Oggi le insegne in franchising operative in Italia sono 931. I 67.275 punti vendita in franchising (+2,2%) occupano 293.791 addetti nelle reti (+2,1%) e generano un giro d’affari pari a 35,8 miliardi di euro (+5,4%).
Relativamente al giro d’affari, nel 2024 al primo posto si conferma la GDO, con un’incidenza del 35% sul totale, seguita dall’abbigliamento, con una quota pari al 21%, i servizi (19%) e la ristorazione (+12%).
La crescita più consistente è stata registrata dai servizi (+13,5%) che precede beauty (+11%), e ristorazione (+10%).

Acquisti più pragmatici e consapevoli 

Nell’immediato futuro i consumatori italiani continueranno a essere guidati da un approccio all’acquisto sempre più pragmatico e consapevole, caratterizzato dalla ricerca di risparmio, benessere e sostenibilità.
In uno scenario caratterizzato da molteplici fattori di incertezza, i consumi degli italiani, pur in lieve crescita, restano orientati a un ‘low profile’ e dettati dalle spese obbligate, che assorbono il 51% del totale delle spese delle famiglie.

Al contempo, gli italiani lasceranno spazio anche alla ricerca di gratificazione. Già oggi 25 milioni di italiani fanno acquisti spinti da piacere e gratificazione, mentre 5,2 milioni considerano il piacere come il driver principale dei propri acquisti.

Punti vendita come estensioni di un ecosistema

Relativamente alle previsioni per il prossimo futuro, l’indagine di Nomisma rileva una generalizzata aspettativa di crescita.
Tra i fattori di sviluppo del settore, Nomisma segnala la crescente diffusione dell’esperienza phygital, destinata a ridisegnare il retail e a trasformare i punti vendita in touchpoint ibridi come estensioni di un ecosistema.

Del resto, il franchising non è un modello rigido, per cui chi saprà equilibrare standard e personalizzazione, digitale e umano, globale e locale, avrà maggiori e migliori opportunità di crescere.

Gli italiani chiedono un packaging sostenibile

Al contempo, il retail sta diventando un palcoscenico valoriale, legato anche alla responsabilità sociale. Il 79% degli italiani considera la sostenibilità del packaging un fattore di spinta all’acquisto e oltre il 50% chiede materiali completamente riciclabili.

Inoltre, più del 20% dei consumatori italiani preferisce prodotti provvisti di green pack, nonostante non siano più economici.
Tra gli altri valori segnalati dal campione di intervistati da Nomisma, i consumatori italiani affermano di essere sempre più attenti a trasparenza, inclusività e tracciabilità.

RC auto: ad agosto il premio medio sale a 645 euro

Possedere un’auto è sempre più costoso per gli italiani. Non solo per i prezzi delle macchine, ma anche per le tariffe assicurative che continuano a salire. Secondo l’Osservatorio RC auto di Facile.it e Assicurazione.it, ad agosto 2025 il premio medio si è attestato a 645,58 euro, con un aumento dell’1,7% rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

Dopo i primi mesi dell’anno che lasciavano intravedere una stabilizzazione, i prezzi hanno ripreso a crescere. “L’inflazione, ancora presente, sta incidendo sulle tariffe”, commenta Andrea Ghizzoni, Managing Director assicurazioni di Facile.it. “È però presto per capire se questa tendenza si consoliderà”.

Le regioni più colpite dagli aumenti

Non tutte le aree del Paese subiscono gli aumenti nello stesso modo. L’incremento più marcato è stato registrato in Abruzzo, con un +11,6% in un anno. Al secondo posto si trova la Calabria, dove i premi sono saliti del 7%, seguita dall’Umbria con un +6,9%. Sicilia e Basilicata completano la lista delle regioni più penalizzate, rispettivamente con +6,2% e +5,7%.

Questi dati mettono in evidenza una forte disomogeneità territoriale: a seconda della regione di residenza, l’assicurazione può pesare in modo molto diverso sul portafoglio degli automobilisti.

Dove i prezzi scendono

Accanto alle regioni che registrano decisi rincari, ci sono quelle che invece hanno premi in calo. È il caso della Campania e della Liguria, entrambe con una riduzione del 3,8%, e del Trentino-Alto Adige, che ha registrato un -1%.

Si tratta però di eccezioni in un contesto che, nel complesso, vede i prezzi muoversi verso l’alto.

Le differenze nei valori assoluti

Guardando ai costi effettivi, la Campania resta la regione più cara: per assicurare un’auto servono in media 1.012,76 euro, il 57% in più rispetto alla media nazionale, nonostante il calo dell’ultimo anno. Al secondo posto si colloca la Puglia con 712,65 euro, seguita dal Lazio con 704,02 euro.

All’estremo opposto, il Friuli-Venezia Giulia è l’area più economica: qui ad agosto il premio medio è stato di 444,10 euro. Più contenuti anche i costi in Trentino-Alto Adige (473,56 euro) e in Basilicata (529,15 euro).

Uno scenario in movimento

Il quadro che emerge dall’Osservatorio conferma un’Italia divisa in due: da un lato le regioni dove i premi corrono, dall’altro quelle in cui i prezzi si riducono, pur restando molto distanti tra loro.

Per capire se l’aumento di agosto segnerà l’inizio di una nuova fase di rialzi bisognerà attendere i prossimi mesi, ma intanto gli automobilisti devono fare i conti con una spesa che, nella maggior parte dei casi, continua a crescere.

Casa: il luogo più iconico è la cucina, al centro della socialità

La nuova ricerca condotta per IKEA Italia da Doxa nell’ambito dell’Osservatorio CasaDoxa ha indagato i valori, le abitudini e le sfide legate alla vita domestica, con un focus sul rapporto tra le persone, il cibo e la cucina.
I risultati rivelano che il luogo privilegiato per condividere momenti speciali con parenti e amici è la cucina.

La cucina infatti non è solo un luogo funzionale, ma un vero e proprio spazio identitario, dove si intrecciano convivialità, creatività e tradizione. Anche perché per oltre la metà degli intervistati cucinare non è solo una tra le attività quotidiane, ma occasione di benessere e condivisione.
Tra le mura domestiche si condividono momenti di relax e di incontro, tanto che l’84% degli italiani considera la casa il luogo ideale per la socialità.

Non son tutte e rose e fiori: il problema dello spazio ridotto e della pulizia

Accanto ai tanti aspetti positivi, emergono anche alcune difficoltà pratiche. In particolare, la cucina viene spesso percepita come una delle aree più critiche della casa. Ma qual è il motivo?

Secondo i dati raccolti dalla ricerca, gli italiani dichiarano di scontrarsi con spazi ridotti, problemi di organizzazione e difficoltà nella pulizia. Inoltre, si registra un divario tra il desiderio di adottare stili di vita sostenibili e la possibilità concreta di farlo, soprattutto a causa di vincoli economici.

Il legame con il cibo e la sua preparazione è sempre fondamentale

Il rapporto con il cibo resta, comunque, molto forte. Il 66% degli italiani lo percepisce come più radicato rispetto ad altri Paesi. L’82% associa infatti la convivialità al tempo trascorso con familiari e amici, e il 40% a cucinare insieme.

Ma le percezioni variano sul territorio: se a Napoli il 62% del campione considera la preparazione dei pasti un atto creativo a Milano una persona su dieci vive questo momento più come un impegno o un’incombenza da sbrigare.

Il ruolo simbolico della tavola come spazio di espressione personale

Non solo cucina in senso stretto: è la tavola a occupare un ruolo simbolico fondamentale. Il 70% degli intervistati dichiara infatti di curare la scelta degli accessori e dell’illuminazione per creare atmosfera, il 61% arricchisce lo spazio in cui mangiare con i tessili, e oltre tre quarti prestano attenzione alle stoviglie, con set di piatti e bicchieri coordinati.

Del resto, con l’aumento del costo della vita cresce anche la tendenza a vivere la convivialità tra le mura domestiche. Così, il 40% del campione intervistato preferisce organizzare pranzi e cene casalinghe come alternativa economica al più costoso andare a mangiare al ristorante.

AI: aggirare le sue regole è facile, basta un po’ di “persuasione”

Per quanto aziende come OpenAI e Meta s’impegnino a rendere i chatbot sempre più sicuri e resistenti agli abusi aggirare le regole dell’Intelligenza artificiale non è difficile. Con le giuste strategie psicologiche anche i più avanzati modelli di AI possono essere spinti a infrangere le proprie regole di sicurezza.

Il risultato di uno studio condotto da un team di ricercatori dell’Università della Pennsylvania solleva domande urgenti sull’efficacia dei sistemi di protezione adottati da queste aziende.
Secondo i ricercatori, infatti, basta applicare sette diverse tecniche di persuasione, quali autorità, impegno, simpatia, reciprocità, scarsità, pressione sociale e senso di appartenenza. Si tratta di strumenti che rappresentano vere e proprie “scorciatoie linguistiche verso il sì”.

Creare un precedente per trasformare un netto rifiuto in un sì

Il team si è ispirato agli insegnamenti di Robert Cialdini, autore del manuale ‘Influence: The Psychology of Persuasion’. I risultati, condotti specificamente sul modello GPT-4o Mini, hanno mostrato come questo tipo di approccio possa trasformare un netto rifiuto in una risposta completa.

Un esempio particolarmente significativo riguarda la sintesi della lidocaina: normalmente il modello acconsentiva a dare l’informazione solo nell’1% dei casi, ma se prima veniva richiesto di spiegare come sintetizzare un composto innocuo come la vanillina, creando così un precedente di “impegno”, la percentuale di conformità saliva al 100%.

Sfruttare la vulnerabilità psicologica del chatbot

Lo stesso meccanismo è stato osservato in richieste meno pericolose, ma altrettanto indicative, ad esempio, come convincere l’AI a insultare l’utente.
In condizioni standard, l’adesione era appena del 19%, ma bastava introdurre un insulto più leggero (“idiota”) per portare il modello a replicare con un termine più duro (“jerk”) praticamente ogni volta.

Altri approcci, come la lusinga o la pressione dei pari (“tutti gli altri modelli lo fanno”), si sono rivelati meno incisivi, ma comunque in grado di aumentare significativamente le probabilità di ottenere risposte vietate.
Se è vero che esistono metodi tecnici ben più sofisticati per aggirare i sistemi di sicurezza, lo studio mette in luce un aspetto tanto semplice quanto preoccupante: la vulnerabilità psicologica dei chatbot.

Un punto critico da non sottovalutare

Insomma, per aggirare l’AI non servono competenze avanzate di programmazione o hacking, ma solo un minimo di conoscenza delle dinamiche persuasive, come riporta Adnkronos.
Il punto critico, avvertono i ricercatori, è che queste stesse tecniche possono essere impiegate da chiunque, persino da un adolescente con un libro di psicologia sociale in mano.

Ed è qui che si gioca la vera partita per il futuro, ovvero, rendere l’AI non solo tecnicamente robusta, ma anche resistente a determinate leve psicologiche e linguistiche che da sempre funzionano così bene sugli esseri umani.

Quando il dottore è l’IA: l’allarme del Garante della Privacy 

Ormai usiamo i chatbot dell’Intelligenza Artificiale per moltissimi aspetti della nostra vita. Anche per chiedere… un consulto medico, confidando nelle infinite capacità e conoscenze del mezzo tecnologico. Soprattuto, sta aumentando sensibilmente il numero di utenti che carica esami clinici, radiografie e referti medici su piattaforme di intelligenza artificiale generativa per ottenere interpretazioni diagnostiche. In apparenza si tratta di un gesto semplice e banale, ma che in realtà solleva importanti interrogativi etici e legali, soprattutto in tema di protezione dei dati personali.

A questo proposito, il Garante per la protezione dei dati personali ha espresso forti preoccupazioni: la condivisione non controllata di informazioni sanitarie su questi strumenti potrebbe esporre i cittadini a gravi rischi, tra cui l’uso improprio dei dati o peggio indicazioni errate perchè non convalidate da un medico.

Attenzione ai dati che condividiamo

Per queste ragioni, l’Autorità invita gli utenti a muoversi con estrema prudenza quando si affidano i propri referti medici a piattaforme che non sono certificate come dispositivi medici. Non solo: viene raccomandata la massima cautela anche nel confidare nelle risposte fornite, che dovrebbero sempre essere confrontate con un medico qualificato.

Il Garante, inoltre, ribadisce l’importanza di leggere attentamente le informative sulla privacy fornite dai servizi di IA. È fondamentale comprendere se i dati caricati verranno eliminati dopo l’elaborazione o se saranno conservati per l’addestramento dei modelli. Molti fornitori prevedono diversi modalità per la gestione dei dati, ma la responsabilità della scelta ricade sull’utente.

La supervisione umana è imprescindibile

Il Garante sottolinea che il trattamento di dati sanitari tramite IA non può prescindere da una supervisione umana qualificata. Questo principio è ribadito anche nel Regolamento europeo sull’Intelligenza Artificiale e nei pareri espressi dal Consiglio Superiore di Sanità. L’intervento di un professionista esperto è essenziale per evitare che l’automazione comprometta la salute dei pazienti.

Dallo sviluppo all’uso finale del sistema, ogni fase dovrebbe prevedere un controllo umano accurato, soprattutto quando in gioco ci sono dati sensibili e la salute delle persone.  

Norme, trasparenza e sicurezza dei sistemi

Già nel 2023, il Garante aveva pubblicato un decalogo sulle buone pratiche per l’uso dell’IA nei servizi sanitari pubblici. Tra i principi fondamentali: trasparenza, sicurezza, impatto valutato in anticipo e una base legale adeguata per il trattamento dei dati.

Più di recente, nel maggio 2024, l’Autorità ha richiamato l’attenzione anche sul fenomeno del web scraping: la raccolta automatizzata di dati online per addestrare modelli di IA, pratica che solleva ulteriori problemi di protezione dei dati, soprattutto in ambito sanitario. L’intelligenza artificiale può rappresentare un supporto prezioso in campo medico, ma il suo utilizzo deve essere guidato da rigore, trasparenza e controllo umano.