Da start-up a scale-up: tre lezioni dalle imprese europee che ce l’hanno fatta

Nel panorama europeo delle start-up, pochi percorsi sono lineari. Alcune imprese rimangono nell’ombra; altre trovano la combinazione giusta di prodotto, capitali e timing per scalare rapidamente. Analizzare i casi concreti aiuta a individuare pattern ripetibili. Qui esploriamo tre storie emblematiche del continente — una italiana, una britannica/europea e una con radici nell’Europa dell’Est — per isolare le leve che hanno favorito la transizione da start-up a scale-up.

Contesto: negli ultimi dieci anni il capitale rischio in Europa è cresciuto, ma il mercato rimane frammentato per lingua, regolamentazione e canali di distribuzione. In questo contesto, costruire un modello scalabile richiede più che un’idea brillante: servono solide metriche unit economics, una strategia di espansione replicabile e una governance pronta a sostenere la crescita.

Analisi con dati ed esempi

1) Prodotto con valore chiaro e frequenza d’uso — il caso dei pagamenti digitali
Un’azienda italiana attiva nel settore dei pagamenti ha vinto il mercato domestico offrendo semplicità, costi competitivi e integrazione con attività locali. Il fattore chiave è stata la frequenza d’uso: servizi utilizzati quotidianamente convertono più velocemente gli utenti in clienti fedeli. Secondo informazioni pubbliche, molte realtà simili hanno raggiunto livelli di diffusione nazionale nel giro di 3–5 anni, aumentando ricavi ricorrenti e migliorando il unit economics.

2) Espansione internazionale progressiva e adattamento normativo — l’esempio del challenger bank
Una banca digitale nata in Europa occidentale ha illustrato come l’espansione geografica debba essere segmentata: prima test in paesi culturalmente affini, poi scalata estesa a mercati più complessi. La strategia ha incluso l’apertura di entità locali per rispettare requisiti regolatori e l’adattamento dell’offerta ai comportamenti di spesa locali. Il risultato è stato un rapido aumento della base clienti, misurabile in decine di milioni in pochi anni, e la possibilità di attrarre round di finanziamento crescenti grazie a metriche di crescita sostenute.

3) Automazione e focus sul prodotto enterprise — la traiettoria delle piattaforme software
Un player nato nell’Europa dell’Est ha dimostrato che puntare sulle imprese come clienti principali può generare ricavi maggiormente prevedibili rispetto ai modelli consumer. Investendo in automation, in integrazioni con sistemi legacy e in una rete di partner, l’azienda ha raggiunto una crescita dei ricavi a due cifre e ha potuto finanziare l’espansione internazionale senza diluire eccessivamente la proprietà. Questo approccio richiede vendite dirette complesse, ma produce un lifetime value elevato per cliente.

Pattern comuni e metriche decisive
Tre leve ricorrono in tutti i casi: 1) product-market fit misurabile (retention, frequency, NPS), 2) controllo delle unit economics prima di scalare, 3) capacità di adattamento alle regole locali. Le metriche chiave sono il tasso di crescita mensile degli utenti, il costo di acquisizione cliente (CAC) rispetto al lifetime value (LTV) e il tasso di conversione da utente attivo a cliente pagante. Scale-up di successo mostrano LTV/CAC significativamente superiori a 3 nel medio periodo, con retention a 12 mesi molto più alta rispetto alla media del settore.

Implicazioni future

– Accesso al capitale: il capitale resta disponibile, ma gli investitori chiedono metriche solide. Le start-up devono dimostrare trazione sostenibile e controllo dei costi prima di puntare su round diluitivi.

– Internazionalizzazione pragmatica: l’espansione non è più semplicemente «più paesi = più crescita». Serve una mappa di rischio-regolamentare e pilot locali. L’apertura di entità giuridiche nei mercati target e partnership con operatori locali riduce il time-to-market.

– Talento e cultura aziendale: la scalata richiede funzioni senior e processi ripetibili. Investire in leadership operativa e in formazione sul middle management è spesso più determinante dei finanziamenti stessi.

– Tecnologia come vantaggio competitivo: l’automazione dei processi e l’integrazione con piattaforme esistenti accelerano l’adozione enterprise e migliorano i margini nel tempo.

Conclusione
Le storie di successo europee non nascono da singoli fattori isolati, ma dall’assemblaggio coerente di prodotto, metriche, accesso al capitale e governance. Per gli imprenditori che vogliono scalare, la priorità è costruire metriche robuste e replicabili, testare l’espansione in mercati simili e preparare la struttura operativa per sostenere la crescita. Gli investitori, dal canto loro, guardano sempre più a segnali concreti di sostenibilità del business: la partita si gioca sul valore costruito oggi e sulla sua capacità di ripetersi domani.

Transizione verde in Italia: opportunità per imprese, occupazione e crescita territoriale

La transizione energetica non è più uno scenario ipotetico: in Italia è diventata una priorità concreta che ridefinisce strategie aziendali, investimenti pubblici e traiettorie occupazionali. Tra obiettivi europei, fondi di ripresa e pressione sui mercati, imprese grandi e piccole si trovano davanti a un doppio compito: ridurre l’impatto ambientale e trasformare questo obbligo in vantaggio competitivo.

Introduzione: contesto e driver

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha accelerato l’agenda climatica e l’Italia ha recepito stimoli e vincoli normativi che incidono su energia, infrastrutture e industria. Strumenti come il PNRR, gli incentivi per le rinnovabili, e la crescente domanda di prodotti a basso impatto ambientale hanno creato spazi di intervento per investimenti pubblici e privati. A questo si aggiunge la pressione finanziaria: investitori istituzionali e banche privilegiano sempre più operazioni ESG-compliant, rendendo la transizione anche una questione di accesso al capitale.

Analisi con dati ed esempi

Il movimento verso le energie rinnovabili e l’efficienza energetica interessa più settori. Nel comparto energetico le utility italiane hanno annunciato piani pluriennali per espandere fotovoltaico, eolico e infrastrutture di rete; nel contempo società attive nel settore oil & gas stanno diversificando verso idrogeno e biocarburanti. Sul fronte industriale, molte PMI manifatturiere adottano pratiche di economia circolare per ridurre scarti e costi: recupero materiali, ottimizzazione dei processi e digitalizzazione degli impianti rendono possibile abbassare emissioni e aumentare produttività.

Esempi concreti aiutano a capire la portata del cambiamento. Aziende storiche che operano nella meccanica, nell’alimentare e nel tessile stanno investendo in tecnologie di efficientamento e in filiere locali per ridurre l’impatto logistico. Al contempo, startup e scale-up italiane propongono soluzioni su mobilità elettrica, storage e gestione dell’energia, amplificando l’offerta tecnologica disponibile sul mercato. Anche le grandi imprese energetiche italiane giocano un ruolo da volano, coordinando progetti di infrastruttura e partnership industriali per integrare rinnovabili e reti intelligenti.

Sul fronte occupazionale il bilancio è complesso ma promettente: la transizione crea domanda per nuove competenze — tecnici per impianti rinnovabili, specialisti in data analytics per reti energetiche, progettisti in economia circolare — ma comporta anche la necessità di riqualificazione per settori in contrazione. Le politiche attive del lavoro e la formazione continua diventano quindi elementi chiave per convertire la crescita green in occupazione stabile di qualità.

Implicazioni future e nodi critici

Guardando avanti, ci sono almeno quattro implicazioni strategiche per imprese e decisori pubblici in Italia. Primo, la necessità di sinergie territoriali: il potenziale di sviluppo è disomogeneo tra Nord e Sud, e politiche mirate possono trasformare il divario in opportunità di sviluppo locale. Secondo, la finanza sostenibile dovrà essere accessibile anche alle PMI; strumenti come garanzie pubbliche, fondi di co-investimento e strumenti di credito agevolato sono indispensabili per scalare progetti green a livello nazionale.

Terzo, la formazione e la riconversione delle competenze devono essere prioritarie: percorsi formativi tecnici, apprendistato e collaborazioni tra università, centri di ricerca e industria ridurranno il mismatch tra domanda e offerta di lavoro green. Quarto, la governance delle filiere deve essere ripensata: tracciabilità, standard ambientali e incentivi per fornitori sostenibili rafforzano la resilienza industriale.

Per le imprese, il messaggio è chiaro: chi saprà integrare sostenibilità, digitalizzazione e strategia commerciale otterrà vantaggi competitivi durevoli. Per il sistema paese, il successo della transizione dipenderà dalla capacità di mettere insieme investimenti pubblici, accesso al capitale privato e politiche del lavoro efficienti, così da convertire la sfida climatica in crescita economica inclusiva.

In sintesi, la transizione verde in Italia è un processo complesso ma ricco di opportunità. La differenza tra chi subirà i cambiamenti e chi li guiderà risiederà nella capacità di pianificare, investire in competenze e collaborare su scala territoriale. Questo è il momento in cui le scelte strategiche determinano non solo la sostenibilità ambientale, ma anche la competitività e la coesione economica del paese per i prossimi decenni.

Il lavoro ibrido prende piede in Europa: opportunità, rischi e le nuove regole del mercato del lavoro

Negli ultimi anni il mondo del lavoro europeo ha vissuto una trasformazione rapida e profonda: il modello ibrido — una combinazione di lavoro in presenza e da remoto — è passato da soluzione temporanea a caratteristica strutturale di molti settori. Questa evoluzione, alimentata dalla digitalizzazione accelerata e dalle aspettative dei lavoratori, sta rimodellando relazioni industriali, urbanistica e politiche del lavoro a livello nazionale ed europeo.

Il contesto: dopo la pandemia, imprese e dipendenti hanno sperimentato che molte attività possono essere svolte efficacemente fuori dall’ufficio tradizionale. Come risultato, numerose aziende hanno adottato politiche formali o informali di lavoro ibrido. Allo stesso tempo, la Commissione europea e gli stati membri stanno discutendo normative per tutelare diritti e sicurezza sul lavoro, promuovere la parità e impedire frammentazioni contrattuali. L’effetto combinato di tecnologia, preferenze personali e regolamentazione sta determinando nuovi equilibri occupazionali in tutto il continente.

Analisi: dove e come il lavoro ibrido sta cambiando i mercati

Il lavoro ibrido non incide in modo uniforme sui diversi settori. I servizi professionali, la finanza, l’IT e la pubblica amministrazione digitale sono tra i settori più avanzati nell’adozione di modelli ibridi. Industrie come manifattura e costruzioni rimangono invece legate alla presenza fisica, salvo per funzioni amministrative o di progettazione. Anche la dimensione aziendale conta: le grandi imprese dispongono spesso di risorse per implementare policy strutturate, mentre le PMI adottano soluzioni più elastiche, a volte informali.

Dal lato dei lavoratori, il lavoro ibrido ha impatti contrastanti. Vantaggi concreti includono maggiore autonomia, risparmi sui tempi di pendolarismo e ampliamento delle opportunità di partecipazione al mercato del lavoro per chi vive in aree periferiche o ha responsabilità familiari. Però emergono rischi: isolamento professionale, difficoltà nel separare vita privata e lavoro, e una possibile polarizzazione tra ruoli “remotizzabili” con benefit e ruoli che restano in presenza e meno tutelati.

La digitalizzazione ha favorito la crescita della gig economy e di forme contrattuali flessibili; ciò aumenta l’offerta di lavoro remoto ma solleva questioni su protezione sociale e diritti contrattuali. Anche la mobilità geografica è cambiata: città con costi elevati vedono una parziale decrescita della domanda di spazi residenziali centrali, mentre alcune regioni interne attraggono talenti grazie a migliori condizioni di vita e lavoro remoto.

Esempi pratici

In Paesi nordici e Bassi, dove la cultura del lavoro flessibile era già radicata, molte aziende hanno formalizzato modelli ibridi con accordi chiari su giorni in presenza e strumenti digitali condivisi. Nei principali hub europei come Londra o Berlino, il dibattito si concentra su come ridisegnare uffici e aree urbane per un lavoro meno concentrato ma più qualitativo. In Italia e in Europa meridionale si assiste a un’adozione più graduale, con accentuati timori sui controlli, la produttività e la gestione dei team.

Implicazioni future: politiche, competenze e mercati

Le scelte politiche nei prossimi anni saranno decisive. È probabile che vedremo un quadro normativo più chiaro a livello europeo e nazionale su diritto alla disconnessione, protezione dei dati, criteri per il lavoro agile e tutele per i lavoratori atipici. Queste norme dovrebbero bilanciare flessibilità e sicurezza, evitando sia una rigidità eccessiva sia un mercato del lavoro senza standard minimi.

Sul fronte delle competenze, il lavoro ibrido richiede nuove abilità: gestione autonoma del tempo, comunicazione digitale efficace, capacità collaborativa a distanza e competenze digitali di base saranno sempre più valorizzate. Le imprese dovranno investire in formazione continua e strumenti di management per mantenere coesione e produttività.

Infine, gli effetti macroeconomici riguarderanno domanda immobiliare, trasporti e distribuzione territoriale del lavoro. Un’adozione diffusa del modello ibrido può promuovere una maggiore decentralizzazione economica, ma può anche accentuare disuguaglianze se l’accesso al lavoro flessibile rimane concentrato in determinate professioni o aree geografiche.

In sintesi, il lavoro ibrido in Europa rappresenta una trasformazione strutturale con opportunità significative per innovazione e inclusione, accompagnata però da sfide non banali in termini di regolamentazione, tutela sociale e formazione. Le prossime mosse di governi e imprese determineranno se questo modello porterà a mercati del lavoro più resilienti e sostenibili o a nuove forme di fragilità occupazionale.

Meno auto, più condivisione: il carpooling prova a cambiare il traffico italiano

Tra file interminabili al semaforo e tangenziali ingolfate di macchine, l’Italia continua a muoversi soprattutto su quattro ruote private. Ridurre il numero di veicoli in circolazione senza rallentare la vita quotidiana è ormai una necessità concreta.

Secondo gli ultimi dati di ISPRA, il trasporto passeggeri nel nostro Paese è dominato da auto e motocicli, con una quota modale che sfiora il 79%. In altre parole, quasi otto spostamenti su dieci avvengono ancora su mezzi privati. E nelle grandi città il conto si paga in tempo perso: il Global Traffic Scorecard 2025 di INRIX segnala che a Roma ogni automobilista trascorre 76 ore l’anno bloccato nel traffico, mentre a Milano le ore sono 67.
In questo contesto, il carpooling non è più un esperimento per pochi. È una delle risposte concrete ai bisogni di oggi. L’oggettiva crescita del fenomeno è confermata dall’edizione 2026 dell’Osservatorio Nazionale sul Carpooling di Jojob Real Time Carpooling, che ha analizzato gli spostamenti condivisi dell’ultimo anno.

I numeri che confermano il cambiamento in atto

Nel 2025 i viaggi condivisi hanno raggiunto quota 795.335, più del doppio rispetto ai 373.767 del 2023. Un balzo del 113% in due anni. Non è un dettaglio statistico: significa che sempre più persone scelgono di dividere l’auto per andare al lavoro o in università.

L’impatto sul traffico è evidente. Le “auto tolte dalle strade” – calcolate in base ai passeggeri trasportati – sono state 454.819 nel 2025, contro le 212.410 del 2023. Quasi mezzo milione di vetture in meno, virtualmente parlando.
Anche l’ambiente respira. La CO₂ risparmiata ha superato 1,6 milioni di chilogrammi, con un aumento del 153% rispetto a due anni prima. E cresce pure il beneficio economico: il risparmio stimato per gli utenti ha raggiunto 2,49 milioni di euro nel 2025, contro meno di un milione nel 2023.

Dove e con chi si condivide di più

Oltre la metà dei viaggi si concentra in cinque regioni: Piemonte, Puglia, Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio. Segno che il fenomeno attecchisce soprattutto dove la mobilità casa-lavoro è intensa.

Il profilo degli utenti? Prevalentemente persone in piena età lavorativa. Quasi il 59% è nato tra gli anni ’80 e ’90. La fascia 30-39 anni è la più attiva, seguita da quella 40-49. Gli uomini rappresentano circa il 71% dei viaggiatori, ma le donne utilizzano più spesso il servizio come passeggere.

Lavoro: a febbraio previste 424mila nuove entrate, ma difficile reperirne oltre il 46%

A delineare lo scenario dei nuovi contratti previsti dalle imprese a febbraio 2026 è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
Sono circa 424mila le nuove entrate previste, con una proiezione di 1,4 milioni di contratti nel trimestre febbraio-aprile. A livello territoriale, 122mila entrate sono previste nel Sud e isole, 119mila nel Nord-Ovest, 95mila nel Nord-Est, 88mila al Centro.

Il comparto dei servizi si conferma il principale motore della domanda di lavoro, con 274mila entrate programmate nel mese (64,7% del totale) e quasi 933mila nel trimestre (66,6%). 
In generale, la domanda di lavoro resta sostenuta, ma il 46,6% dei profili richiesti, pari a 197mila unità, risulta di difficile reperimento.

Dai servizi all’industria fino all’agricoltura le maggiori opportunità

A creare maggiori opportunità occupazionali sono i servizi di alloggio e ristorazione e turistici (quasi 71mila nel mese, 287mila nel trimestre), seguiti dal commercio (57mila, 183mila). Rilevante anche il contributo dei servizi alle persone (49mila, 150mila) e dei servizi operativi di supporto alle imprese e alle persone (34mila, 111mila). 
Il settore industriale prevede invece circa 123mila ingressi (29% del totale) e 367mila nel trimestre (26,2%). Il comparto manifatturiero e delle public utilities rappresenta 74mila entrate mensili (17,5%) e 223mila trimestrali (15,9%).

Anche le costruzioni offrono prospettive significative (49mila, 144mila), seguite dalle industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (12mila, 37mila). 
Il settore primario prevede invece l’attivazione di circa 27mila contratti a febbraio e quasi 102mila nel trimestre, prevalentemente concentrati nell’agricoltura (coltivazioni ad albero, 10mila e 38mila) e di campo, oltre 8mila, circa 34mila).

La richiesta di lavoratori immigrati e under30

Prevalgono i contratti a tempo determinato (circa 238mila, 56,1% del totale), seguiti dal tempo indeterminato (85mila, 20,1%).
I contratti offerti ai lavoratori immigrati rappresentano il 24% delle entrate programmate, mentre agli under30 le imprese destinano il 29% degli ingressi programmati. I giovani sono richiesti prevalentemente nei servizi finanziari e assicurativi (45,9%), servizi ICT (42,9%), turismo (39,9%), media e comunicazione (39,4%) e commercio (38,0%).

A febbraio però una quota rilevante delle entrate programmate risulta di difficile copertura (46,6%), soprattutto a causa della carenza di candidati (28,7%) e della mancanza di competenze specifiche (14,1%).

I profili che le imprese faticano a trovare 

Nel Nord-Est la difficolta di reperimento continua a interessare più di un ingresso su due (51,3%).
In generale, le imprese faticano a trovare soprattutto operai specializzati (64,1% di difficile reperimento) e tecnici (51,1%), tra cui spiccano tecnici della salute (60,9%), ingegneristici (60,6%), della distribuzione (60,1%), gestionali (58,0%) e informatici (53,1%). 

Nel settore primario, risultano di difficile reperimento il 43,9% dei contratti programmati a febbraio, soprattutto per la mancanza di candidati (31,0%). Anche in questo comparto le maggiori difficoltà si evidenziano nella ricerca dei dirigenti, professioni con elevata specializzazione e tecnici (52,1%) e negli operai specializzati (49,8%).

Mutui a tasso fisso: è l’ultima chiamata?

Il 2026 si apre positivamente sul fronte dei mutui. Secondo l’Osservatorio Facile.it – Mutui.it, l’importo medio richiesto aumenta del 4% su base annua, arrivando a 141.772 euro.
In calo, invece, l’età media dei richiedenti, scesa a 39 anni (erano 41 dodici mesi fa), in parte trainata dalla diminuzione delle surroghe, in parte a conferma della crescente voglia da parte dei più giovani di comprare casa.

Nell’ultimo anno il tasso fisso, però, è aumentato notevolmente e potrebbe continuare a crescere anche nei prossimi mesi. Nel frattempo, a febbraio nessun taglio dei tassi da parte della BCE, con il risultato che i mutui variabili restano stabili, ma lo stesso non si può dire per i tassi fissi.

IRS in salita

Come emerge dall’analisi di Facile.it, l’IRS, l’indice di riferimento per i mutui a tasso fisso, trainato dall’andamento dei titoli di Stato europei è in aumento. Ad esempio, l’indice a 25 anni è cresciuto di 80 punti base, passando dal 2,4% di gennaio 2025 al 3,2% di gennaio 2026.

Secondo una simulazione di Facile.it, considerando un mutuo da 126.000 euro a 25 anni, questa differenza si traduce in un aumento medio della rata di circa 50 euro al mese.
In pratica, oggi chi ottiene questo finanziamento pagherà circa 15.000 euro in più di interessi rispetto a chi lo ha ricevuto dodici mesi fa.

Tassi variabili stabili per tutto il 2026

Sul fronte dei mutui a tasso variabile, invece, nell’ultimo anno i tassi sono calati tornando a essere l’opzione più conveniente sul mercato. E secondo le aspettative degli analisti, rappresentate dai Futures sugli Euribor, dovrebbero rimanere sugli attuali livelli per tutto il 2026.

Nonostante i tassi variabili siano più convenienti, dai dati dell’Osservatorio Facile.it – Mutui.it emerge però che gli italiani continuano a preferire la certezza della rata fissa. A gennaio 2026 il 91% delle richieste di mutuo è infatti indirizzata verso il tasso fisso. La quota di chi opta per il variabile, pur minoritaria, in un anno passa comunque dall’1% al 9%.

Fino a quando il “fisso” resterà in area 3%?

“Oggi le condizioni rivolte alla clientela restano comunque favorevoli anche sui fissi, con tassi (TAN) che, per le migliori offerte, restano ampiamente sotto la soglia del 4% – spiegano gli esperti di Facile.it -. Questo è dovuto, in particolare, alle politiche delle banche, che proprio per contenere il più possibile i tassi fissi stanno applicando spread, vale a dire il margine di guadagno, bassissimi e in alcuni casi vicini, se non addirittura inferiori, allo zero. L’obiettivo degli istituti di credito è mantenere quanto più a lungo possibile il cliente che ha sottoscritto un finanziamento ed evitare che possa surrogare verso offerte migliori”.

Fino a quando i tassi fissi resteranno in area 3%? Fare previsioni è complesso, ma se l’IRS continuerà a crescere come accaduto nell’ultimo anno, è difficile pensare che le banche potranno mantenere gli indici sugli attuali livelli e sotto la soglia del 4%.

Blockchain e Web3 crescono nel settore finanziario. In Italia 2,8 milioni possiedono crypto-asset

In Italia 2,8 milioni di consumatori possiedono crypto-asset. Oltre metà non investe in altri strumenti finanziari, segnalando come nel nostro Paese queste tecnologie possano essere per molti un primo punto di accesso al mondo degli investimenti.

Il settore finanziario sta entrando in una fase di maturità favorita dall’evoluzione normativa internazionale nonché dalle prospettive di crescita delle tecnologie blockchain e Web3. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano, i nuovi progetti blockchain censiti a livello globale nel 2025 sono 378., di cui il 73% riguarda il settore finanziario, che si conferma motore di sviluppo.
Il dato evidenzia una crescita del 27% rispetto al 2024, trainata soprattutto dallo sviluppo delle stablecoin, che a fine 2025 raggiungono una capitalizzazione complessiva di 310 miliardi di dollari (+50%), ma anche dalle tante iniziative di tokenizzazione di asset finanziari, ancora prevalentemente in fase sperimentale.

Internet of Value +44%, calo di interesse per NFT e DeFi

Nel dettaglio, tra le diverse categorie aumentano i progetti di Internet of Value, arriva ti a 125 nel 2025, +44% rispetto al 2024, grazie a tante iniziative di emissione o adozione di stablecoin.

Aumentano anche i progetti di Blockchain for Business, con 202 progetti, tra cui la tokenizzazione di asset in vari settori, +36%. Diminuiscono invece i progetti Decentralized Web (51, -18%), per un ulteriore calo di interesse per gli NFT e assenza di nuovi progetti aziendali in ambiti come la DeFi. Complessivamente, sono 194 le aziende Fortune Global 500 che hanno adottato soluzioni blockchain, per un totale di 540 progetti negli ultimi anni, di cui 90 avviati nel solo 2025.

Rispetto a Francia, Germania, Spagna mercato italiano in lieve decrescita

In Italia però, il mercato delle soluzioni blockchain mostra una leggera decrescita. Nel 2025, il fatturato generato dalla vendita di servizi e dalla realizzazione di progetti blockchain B2B nel nostro Paese è di 38 milioni di euro, in calo del 5% rispetto al 2024.
In linea con la tendenza internazionale, il settore finanziario è il principale ambito di investimento, in cui si concentra circa il 62% della spesa, mentre altri comparti faticano a sviluppare progetti di scala significativa.

Il 7% dei consumatori italiani possiede crypto-asset (2,8 milioni di persone), dato inferiore rispetto ad altri Paesi europei come Francia (9%), Germania (11%) e Spagna (14%). L’11% dei consumatori italiani dichiara però di essere interessato ad acquistare crypto-asset in futuro.

Verso il nuovo paradigma dei pagamenti fra macchine

“Nel 2025 temi come l’autenticità dei contenuti, la responsabilità e la verificabilità delle informazioni sono diventati centrali e la blockchain può offrire strumenti concreti per affrontarli – afferma Francesco Bruschi, direttore dell’Osservatorio -. Ma l’integrazione con l’AI va oltre la semplice certificazione del dato: sta emergendo un nuovo paradigma in cui agenti software possono eseguire pagamenti in modo autonomo. E in questo scenario, stablecoin e infrastrutture blockchain possono abilitare nuovi modelli di scambio di valore, in particolare nei pagamenti tra macchine”.

Diesel sempre più caro: qual è l’incidenza delle tasse?

Dal primo gennaio il prezzo dei carburanti ha cambiato faccia. Il riallineamento delle accise ha spostato l’ago della bilancia: il diesel è salito di 4,05 centesimi al litro, mentre la benzina ha beneficiato di un analogo ribasso. Una correzione tecnica, sulla carta. Nella vita reale, però, il risultato è chiaro: per chi guida a gasolio il conto è diventato ancora più salato.

Secondo un’analisi di Facile.it, basata sui dati della Commissione Europea aggiornati al 5 gennaio 2026, l’Italia guida una classifica poco invidiabile. Siamo il Paese europeo dove accise e imposte incidono di più sul prezzo finale del diesel: il 59% di quanto paghiamo alla pompa finisce allo Stato.

Quanto costa davvero un litro di carburante

Tradotto in cifre, significa che su un prezzo medio di 1,644 euro al litro, ben 0,969 euro sono tasse e IVA. Quasi un euro. È un primato negativo che vale all’Italia anche il primo posto in Europa in termini assoluti.

Il paradosso, fanno notare gli analisti di Facile.it, è che il prezzo “puro” del diesel, senza imposte, è tra i più bassi del Continente. Terzo posto. Ma quando si aggiunge il peso fiscale, il risultato finale cambia completamente e il pieno diventa uno dei più cari d’Europa. Un classico caso in cui la matematica non mente.

Il confronto con gli altri Paesi

Guardando oltre confine, la distanza è evidente. In Slovenia le tasse incidono per il 58%, in Belgio, Francia e Irlanda per il 55%. In Germania si scende al 54%, mentre Paesi come Spagna e Svezia si fermano intorno al 45%. Differenze che, nel tempo, si sentono eccome.

Basta fare due conti. Per percorrere 10.000 chilometri con un’auto diesel, un automobilista italiano spende circa 533 euro solo in accise e IVA. In Germania la cifra scende a 494 euro, in Francia a 480. Ancora meglio va in Svezia, con 364 euro, e in Spagna, dove ci si ferma a 341 euro. Il 36% in meno rispetto all’Italia.

Benzina giù, ma non basta

Il calo del prezzo della benzina è una notizia positiva, ma solo in parte. In Italia il diesel resta il carburante più utilizzato, soprattutto da chi lavora e si sposta ogni giorno. Per questo la rimodulazione delle accise, nel complesso, peserà per oltre 550 milioni di euro sulle tasche degli automobilisti.

Anche sulla benzina, infatti, le tasse contano: su un prezzo medio di 1,654 euro al litro, 0,971 euro sono imposte. Numeri che raccontano una realtà semplice: in Italia il problema non è solo il prezzo del carburante, ma tutto ciò che gli cresce intorno.

Ecoansia: anche il clima pesa sulla salute mentale dei giovani

Per molti giovani italiani il cambiamento climatico è un tema vicino, non solo relegato ai convegni o ai documentari. È qualcosa che si insinua nei pensieri quotidiani, che accompagna le scelte e a volte appesantisce le giornate. Non si parla solo di ambiente, ma di emozioni, aspettative e paure.

È questo il quadro che emerge da una nuova indagine nazionale sull’ecoansia, dedicata per la prima volta in modo ampio alla salute mentale dei giovani.

Una ricerca che dà voce ai timori dei ragazzi

Lo studio, promosso da Greenpeace Italia e ReCommon con il coinvolgimento delle principali associazioni studentesche e il supporto scientifico dell’Istituto Europeo di Psicotraumatologia e Stress Management, ha raccolto oltre 3.600 questionari in tutta Italia. I risultati sono stati pubblicati sul Journal of Health and Environmental Research e offrono uno sguardo diretto su come i giovani tra i 18 e i 35 anni vivono la crisi climatica.

Oltre ai numeri, ci sono le parole. Accanto ai dati statistici, migliaia di risposte aperte raccontano emozioni, dubbi e fatiche quotidiane. Ed è proprio lì che l’ecoansia prende forma.

Cresce la paura del futuro 

Dall’analisi emerge un legame chiaro tra la preoccupazione per il clima e il disagio psicologico. Chi vive con maggiore intensità l’ansia climatica tende a sentirsi meno soddisfatto della propria vita e più pessimista sul futuro.

Ma il nodo più delicato è un altro: la sensazione di aver perso una direzione. Quando il domani appare fragile o minacciato, diventa difficile progettare, sognare, persino trovare uno scopo.

Rabbia, impotenza, rassegnazione

Le emozioni più citate dai giovani sono forti e spesso contrastanti. C’è chi parla di ansia e paura, chi di rabbia verso chi prende decisioni e sembra non ascoltare. Molti raccontano un senso di impotenza, come se fare la propria parte non bastasse.

Qualcuno reagisce spegnendo il pensiero, voltandosi dall’altra parte. Pochi, pochissimi, si sentono davvero in grado di incidere.

Quando l’ansia diventa una compagna della vita di tutti i giorni

Per una parte consistente degli intervistati l’ecoansia non resta un pensiero astratto. Incide sull’umore, sul benessere psicologico, sulle relazioni. Cambiano le abitudini di consumo, il modo di mangiare, il rapporto con amici e familiari.

In alcuni casi, anche immaginare il futuro diventa complicato: fare progetti a lungo termine sembra quasi un azzardo.

Ritrovare la giusta prospettiva

Questa ricerca racconta una verità semplice e scomoda: la crisi climatica, per molti giovani, è anche una crisi di speranza. Riconoscerlo è fondamentale. Affrontare le cause ambientali e prendersi cura del disagio psicologico non sono percorsi separati.

Servono risposte concrete, ma anche nuove narrazioni, capaci di restituire fiducia e senso. Perché nessuna generazione dovrebbe crescere con l’idea che il futuro sia già scritto.

Le tre velocità della Transizione Energetica: USA, UE e Cina

Emerge dal Rapporto annuale CER, la transizione energetica è sempre più segnata da un assetto tripolare. L’UE continua a ridurre le emissioni, mentre USA e Cina privilegiano sicurezza energetica e sviluppo industriale.

Negli USA, nel 2025 il cambio di amministrazione ha chiuso la stagione “verde” aperta con l’Inflation Reduction Act, riorientando le politiche verso il mantenimento delle quote di mercato dei combustibili fossili, revisione degli incentivi e introduzione di dazi sulle tecnologie pulite. Un “whiplash climatico” che evidenzia il rischio di una frenata degli investimenti green.
La Cina continua a guidare la crescita delle rinnovabili (oltre 260 GW di nuova capacità), ma non rinuncia ancora al carbone, approvando 25 GW di nuove centrali nei primo semestre dell’anno. Le emissioni cinesi, sospinte dalla rapidità della crescita economica, continuano così a crescere raggiungendo il massimo storico.

Il 2025 segna un punto critico per l’Italia

L’UE, pur mantenendo una traiettoria coerente con il Green Deal, si confronta con costi energetici più elevati rispetto a USA e Asia e una crescente pressione competitiva sulle filiere industriali. Nel fotovoltaico produrre moduli costa oggi dal 35% al 65% in più rispetto alla Cina.

Per l’Italia il 2025 segna un punto critico. Le emissioni italiane tornerebbero a salire fino a 371,7 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente (+0,2%), con un calo della quota rinnovabile al 21,7% e un aumento dell’uso di gas (+2,1%).
Nel 2026 le emissioni in Italia potrebbero però tornare a ridursi, e nel 2027 il calo (-1,6%) raggiungerebbe 363,9 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. A condizione però che si sblocchino gli iter autorizzativi.

Tornano a salire le emissioni

In Italia il biennio 2023-2024 ha segnato un’accelerazione senza precedenti: le emissioni sono diminuite in media di oltre il 5%, l’efficienza energetica è migliorata del 3,4%, e sono stati installati 13,4 GW di nuova capacità rinnovabile, portando il totale nazionale oltre 74,5 GW. La dipendenza dal gas russo è crollata dal 40% del 2021 al 9,5% nel 2024, con nuovi contratti con l’Azerbaigian (+43%) e il forte aumento dell’import di GNL (+49,8%), oltre all’attivazione del rigassificatore di Piombino. La diversificazione ha ridotto anche la concentrazione geografica delle forniture di combustibili fossili.

La domanda energetica complessiva cala dell’1%. Il rallentamento si concentra soprattutto nei settori ETS, dove le emissioni della generazione elettrica tornano a salire a 62,2 MtCO₂eq (+3,9%).

La riduzione prosegue a ritmi troppo lenti

Nei settori ESR, la riduzione prosegue ma a ritmi troppo lenti. I trasporti scendono dell’1,3%, mentre il settore civile torna a crescere (+2,2%) per un maggior utilizzo del gas per il riscaldamento.
Secondo le previsioni, il ritorno su una traiettoria più solida sarebbe favorito dall’aumento della produzione da rinnovabili elettriche, che nel 2027 potrebbe raggiungere 149 TWh, con un fotovoltaico in espansione fino a 63,5 TWh.

L’accesso ai finanziamenti tende a favorire imprese con progetti di riduzione dei consumi, efficientamento o riconversione energetica. Per molte Pmi significa che la transizione non è più un’opzione reputazionale, ma una condizione necessaria per mantenere competitività sui mercati.